Per millenni l’uomo ha alzato gli occhi verso il cielo. Lo ha interrogato come una dimora divina, una mappa del destino, un archivio di miti e presagi. Poi, quasi all’improvviso, qualcosa si è rovesciato: il cielo ha cominciato a guardare noi.La nuova conferenza del ciclo Simboli e visioni è dedicata a uno degli oggetti più discreti e insieme più potenti della modernità: il satellite artificiale. Pallida sfera metallica sospesa nel vuoto, esso è forse il simbolo più compiuto della nostra epoca: figlio dell’orologio, perché sincronizza il pianeta; figlio del cannocchiale, perché porta all’estremo la visione a distanza.La sua storia nasce nella violenza del Novecento. Dai razzi V2 del Terzo Reich alla corsa spaziale tra Stati Uniti e Unione Sovietica, dallo Sputnik a Gagarin fino all’allunaggio dell’Apollo 11, il satellite emerge come prodotto ambiguo: meraviglia tecnica e strumento geopolitico, promessa di conoscenza e dispositivo di potere.Ma la conquista dello spazio non cambia soltanto gli equilibri terrestri: modifica radicalmente il nostro immaginario. Per la prima volta l’umanità vede la propria casa dall’esterno. Le fotografie Earthrise, Blue Marble e Pale Blue Dot ridimensionano la centralità dell’uomo, trasformando la Terra in un fragile punto azzurro disperso nel buio cosmico. Da qui nascono nuove emozioni moderne: vertigine, solitudine, impotenza, ma anche coscienza planetaria.Intellettuali, filosofi e artisti reagiscono. Da Montale a Bowie, da Günther Anders a Hannah Arendt, da Pasolini a Calvino, il Novecento si interroga sul prezzo della potenza tecnica: la conquista dello spazio accresce davvero la statura dell’uomo, o la diminuisce? Il satellite diventa allora il segno di una civiltà che rischia di smarrire il proprio centro umano davanti alle proprie stesse creazioni.

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