Questa lezione del ciclo “Simboli e visioni” è dedicata proprio a questa soglia: il passaggio in cui l’immagine smette di essere rappresentazione e diventa ambiente, forza, potere. Il cinema come “specchio magico” del Novecento — ma uno specchio ambiguo, capace tanto di rivelare quanto di ingannare, di educare quanto di narcotizzare, di liberare quanto di dominare.

Perché il cinema è, insieme, molte cose: macchina dei sogni collettivi, industria dell’intrattenimento, strumento di propaganda, linguaggio filosofico, laboratorio dell’inconscio. È l’arte che distrugge l’aura e, nello stesso tempo, crea nuove forme di sacralità. È la superficie brillante delle immagini e, sotto di essa, un dispositivo che organizza il nostro modo di sentire, ricordare, desiderare.

E forse, a questo punto, ci accorgiamo che il cinema non è soltanto un’invenzione del Novecento. È qualcosa di più antico. Già Platone aveva immaginato uomini incatenati davanti a uno schermo, costretti a scambiare per realtà le ombre proiettate sulla parete. Ma quella era ancora una metafora. Un dispositivo filosofico. Il Novecento, invece, lo ha costruito davvero. Ha dato a quelle ombre una precisione mai vista, una forza emotiva irresistibile, una capacità di seduzione capillare. Le ha rese mobili, luminose, universali. Le ha trasformate in esperienza.

E allora le parole di Eugenio Montale non suonano più come un’immagine poetica, ma come una diagnosi:

“Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto

alberi case colli per l’inganno consueto.”

Non è più il cinema a imitare il mondo. È il mondo che comincia a presentarsi come un cinema. E il punto, forse, non è più distinguere tra realtà e rappresentazione. Ma capire se siamo ancora in grado di voltarci.

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