C’è un profumo che segna una soglia. Non è solo un aroma, ma un varco: da una parte il mondo del tempo ciclico, della contemplazione, delle spezie che chiudono il pasto e sigillano lo stomaco come si sigilla un rito; dall’altra, l’irruzione di una bevanda nera e bollente che non invita al raccoglimento, ma alla veglia, alla parola, al pensiero che corre più veloce del sonno.
Il caffè entra nella storia europea come un piccolo scandalo dei sensi, e ne esce come uno dei motori silenziosi della modernità.

Prima di lui, a fine pasto, venivano i confetti, l’ippocrasso, le architetture di zucchero: dolcezze preziose, medicate, lente, figlie di un mondo in cui il banchetto è cerimonia e ostentazione, e il piacere ha ancora il passo solenne del simbolo. Poi, dalle montagne d’Etiopia e dai riti notturni dei sufi yemeniti, arriva una bevanda che non placa, ma accende; che non chiude il corpo, ma apre la mente. Dalla qishr speziata dei dervisci alla qahwa delle caffetterie ottomane, il caffè diventa compagno della preghiera vigile, della narrazione pubblica, del dibattito che si accende tra estranei seduti allo stesso tavolo.

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