L’appuntamento di Appunti di Geopolitica con Stefano Feltri e Manlio Graziano, analista geopolitico e direttore del Centro Spykman, per decodificare la crisi continua nella quale siamo immersi.

Con l’aiuto di Giulia Shaughnessy, analista e operations manager del Centro Spykman, ogni settimana cercheremo di rispondere alle domande che tutti ci facciamo.

In questo episodio:

Hormuz – La crisi nello stretto di Hormuz mostra il limite dell’analisi razionale: Iran e Stati Uniti avrebbero entrambi interesse a chiudere la partita, ma continuano a muoversi in una dinamica di escalation e bluff. Washington promette di garantire il passaggio delle navi con Project Freedom, ma il rischio di mine e attacchi rende la garanzia poco credibile.

Tregua – Il fatto che attacchi iraniani a navi americane non vengano considerati da Washington una violazione della tregua indica soprattutto la volontà statunitense di evitare una ripresa aperta del conflitto. Se quella non è una rottura della tregua, diventa difficile capire cosa lo sarebbe.

Iran – Teheran appare convinta che gli Stati Uniti siano con le spalle al muro e prova ad alzare il prezzo negoziale. Una soluzione che riconoscesse anche solo implicitamente all’Iran la capacità di condizionare il traffico nello stretto sarebbe già presentabile come una vittoria. Ma la fragilità militare, economica e interna del regime resta molto forte.

Stati Uniti – L’amministrazione Trump è intrappolata in una guerra che non voleva davvero prolungare e che non riesce a chiudere. L’ipotesi che Washington aspetti una provocazione iraniana per riaprire il conflitto è dubbia: ripartire significherebbe tornare a una situazione già sfavorevole agli Stati Uniti e probabilmente aggravarla.

Israele – Israele resta un attore centrale anche quando scompare dal racconto pubblico della crisi. Gli Stati Uniti sembrano ormai vedere Benjamin Netanyahu più come un problema che come una risorsa, dopo essersi lasciati trascinare in un conflitto che non si è rivelato rapido né semplice.

Libano – La distinzione tra tregua e guerra si è svuotata: Israele continua a colpire nel sud del Libano pur sostenendo di rispettare il cessate il fuoco. La tregua è diventata, di fatto, un regime di bassa intensità in cui le operazioni militari continuano senza più provocare particolare scandalo.

Emirati – Gli Emirati Arabi Uniti sono ormai parte dell’ecosistema strategico di Israele. L’attacco iraniano agli Emirati va letto dentro una ridefinizione regionale più ampia: gli Emirati si allontanano dall’Arabia Saudita, escono dall’Opec e rafforzano la loro proiezione autonoma, anche attraverso l’asse con Israele.

Ucraina – La guerra in Iran riduce la capacità di Donald Trump di forzare una soluzione favorevole a Vladimir Putin in Ucraina. Trump può permettersi difficilmente di apparire sconfitto su due fronti: cedere a Mosca mentre è impantanato con Teheran indebolirebbe ulteriormente la sua posizione.

Europa – Il vertice della Comunità politica europea a Yerevan segnala un tentativo di costruire una rete più ampia attorno all’Unione europea, includendo Regno Unito, Canada e paesi post-sovietici. La scelta dell’Armenia ha un valore simbolico forte: è un’ex repubblica sovietica abbandonata dalla Russia.

Armenia – La presenza europea a Yerevan indica la possibilità per l’Europa di occupare spazi lasciati vuoti da Mosca e non riempiti da Washington. L’Armenia, delusa dalla Russia dopo la sconfitta con l’Azerbaigian, diventa un simbolo della crisi dell’influenza russa nel suo spazio più vicino.

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