Farfa, Abbazia Imperiale, distrutta e rifatta, e ancora distrutta e rifatta, produce, appena nominata, un tale rimbombo da antichità, da lasciare sconcertato chi si accinge a recarvisi, come da quei parenti troppo vecchi che non si sa mai se ti riconosceranno o no. Ma qui le parti si invertono, e dobbiamo essere noi a riconoscere il lontanissimo avo. Così succedeva a me, che c'ero stato più di venti anni fa, e n’avevo un ricordo nebulosissimo, che seguitava ad associarsi, senza ragione ma per efficacemente, al nome di una pianta, comune da noi in Toscana, il fàrfaro, che non c'entra nulla ed è pianta che cresce nei fondi umidi e sulle sponde di borri, con certe foglie larghe, un ombrose, che quasi sembrano covare i ciottoli brasichi di quelle modeste vene. Fàrfaro non ce n’è, nè ci può essere a Farfa, che sta in alto, all'asciutto, seppure alle falde di uno scosceso o monticello coperto di un ceduo così basso che sembrano cespiti insalata. È la Sabina, ne sono certo, una delle regioni meno note dell'Italia e dal famoso ratto in poi, sebbene vicino a Roma, quasi evitata dai turisti.
Viaggi, saggi e paesaggi, gente, anche, famosa o comune, usi e costumi, sentimenti e ragionamenti. Visite in luoghi ancora intatti e superbamente restaurati, o nostalgia per incanti evocati e scomparsi, violati da cementi infami. Dagli anni ‘50 agli anni ‘80 Cesare Brandi ha annotato in occasioni diverse le sue impressioni e considerazioni sull'arte e sull'ambiente in Italia.
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