Mi spiaceva che a Ninfa, da tanto che dovevo recarmici, lo facessi solo ora, quasi a vederla per la prima e l'ultima volta insieme, e cioè sotto la minaccia di installazione di una di quelle perentorie opere industriali, che il moderno vandalismo verso l'arte e l'antico sviluppa con predilezione crescente vicina ai monumenti o alle soglie della città. Per chi non lo sapesse, è Ninfa un luogo che porta il suo nome come un angelo si chiama angelo. Era un lago con isolette vaganti, così lo ricorda Plinio: divenne una città medioevale, regalata da Costantino Copronimo a Papa Zaccaria. Alle soglie delle Paludi Pontine, sotto l’altissimo e stupendo costone di roccia, risalito dagli ulivi, ma non fino alla cornice da cui si affaccia Norma, o Norba come si chiamava in etrusco: là sotto vi è un laghetto e là sotto la città in rovina, ma quale rovina. L'acqua corre su un letto verde un verde smagliante, corre con la frescura tratta dai precordi di pietra da cui sgorga: corre e si dirama e si riunisce. Una vegetazione impensata, per cui la rarità s’allea alla sorpresa: boschi di bambù dal tronco grosso come alberi di navigli si stringono ai pini rari dalle frange lunghe e diverse come il pelo delle scimmie. I prati li diresti minati di fiori, sgorgano dappertutto con una naturalità così sapiente che non può essere che artificiale, e quale solo una donna poteva produrre, sì che, sebbene pittrice, quelli sono i suoi veri e inalterabili i colori.
Viaggi, saggi e paesaggi, gente, anche, famosa o comune, usi e costumi, sentimenti e ragionamenti. Visite in luoghi ancora intatti e superbamente restaurati, o nostalgia per incanti evocati e scomparsi, violati da cementi infami. Dagli anni ‘50 agli anni ‘80 Cesare Brandi ha annotato in occasioni diverse le sue impressioni e considerazioni sull'arte e sull'ambiente in Italia.
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