Questa campagna, voi la visualizzate subito, con i suoi cipressi, i suoi ulivi, i suoi filari, ordinata e pulita come una casa povera dove tutto è al suo posto. Ma non è così o non è solo così. Si può capire meglio, forse, guardando un cane che dorme, una vacca che, distesa, digruma, e si vede quella pelle spessa che segue il corpo e la ricasca, qui fa una piega o un montarozzo, ma senza stacco: continua al di sotto, perché è un corpo con i suoi muscoli e l’adipe, mentre le ossa sono come un fossile dentro la terra. Ora la campagna toscana è così, come una grossa bestia che riposa, e la terra segue i muscoli, li rimodella teneramente. Perché tenera e questa terra grossa e arida, di cui, come l'acqua dalla pietra di Mosè, scaturisce il vino più secco, l'olio più etereo. Senza gli aspri ed eroici dirupi della campagna laziale - quelle ambe affogate affogate con una capigliatura corvina di lecci, che si vedono fra Orvieto e Orte, ad esempio - i costoni pettinati dall'aratro battono ai piedi di monti modesti, ma verdi, intensamente pelosi come un pube: anch'essi quasi arrotondati da una mano che affettuosamente accarezzasse.
Viaggi, saggi e paesaggi, gente, anche, famosa o comune, usi e costumi, sentimenti e ragionamenti. Visite in luoghi ancora intatti e superbamente restaurati, o nostalgia per incanti evocati e scomparsi, violati da cementi infami. Dagli anni ‘50 agli anni ‘80 Cesare Brandi ha annotato in occasioni diverse le sue impressioni e considerazioni sull'arte e sull'ambiente in Italia.
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