Questa è la storia di un poeta estinto mentre andava cercando libertà, da chiuso morbo combattuto e vinto. Questa è la pietra parlante di Wilhelm Waiblinger, consunto dalla tisi al primo piano di via del Mascherone 62, angolo via Giulia. Era il 1826 e l’inquieto studente di Tubinga aveva davvero bisogno di sognare. Passeggiatore solitario e fashion victim, piccola anima smarrita tra donne e poesia, si era fatto cacciare da scuola. Non bastava a consolarlo quell’amico folle che viveva in una torre e si riempiva le tasche di sassi. Spacciandosi per corrispondente letterario, Waiblinger fuggì a Roma dove:
-diede fondo a tutte le sue ghette, vagando sempre più inquieto tra città e campagna.
-incontrò un nuovo amico, il poeta Auguste Von Platen, che invidiava perché si vestiva meglio di lui ma che gli diede anche una mano a sopravvivere.
-incontrò la colonia tedesca a Roma, gentaglia stupida, pettegola, meschina, come quei Nazareni, che deliravano sui Nibelunghi e Pinturicchio.
-incontrò Nazarena di Olevano Romano, musa di un Parnaso contadino che gli ispirò i “Canti di Nazarena” e i “Canti dell’infedeltà”.
-incontrò altre contadine, cameriere, cittadine, pazze di quella faccia d’angelo caduto tra le osterie, i caffè, i teatri. L’ultima fu Nena, una focosa trasteverina, detta “Cornacchia”. Gli diede due figli e tutto l’amore necessario per accompagnarlo sereno nei suoi campi elisi.
Prima di morire Waiblinger scrisse altre poesie, corrispondenze di viaggio, una fiaba e una modernissima satira sul turismo inglese. Ma la sua opera più grande è aver capito che dentro l’amico folle chiuso nella torre con le tasche piene di sassi si nascondeva un genio, Friedrich Hölderlin.
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