Davanti a un cortile di Via Margutta 53/B, una targa ricorda che da un marchese di 102 anni fa Pablo Picasso affittò un atelier. L’impresario Diaghilev stava preparando a Roma Parade, il primo balletto cubista della storia. Squadra da paura, libretto di Cocteau, musica di Satie, coreografo Massine. Mancava qualcuno per scene e costumi, Cocteau pensò a Picasso e per convincerlo si travestì da Arlecchino. Lui, che stava in un periodo nero, sorrise. In questo atelier dipinse: -Villa Medici, più volte, di sbieco, strizzando l’occhio ai puntini di Severini. -Le ragazze di piazza di Spagna, che venivano dalla Ciociaria per far da modelle e nacquero L’Italiana e Arlecchino e donna con collana. -Le scene, i costumi e il grandioso sipario di Parade, cubisti sì ma di un cubista che alla finestra aveva Roma e il suo passato. Poi non è che Picasso passasse le ore qui dentro. C’era una guerra da dimenticare e i colleghi eran gente da baracca. Quindi chiudeva bottega e andava: -a visitare musei, specie la Galleria Borghese e il suo Bernini. -al caffè, al ristorante, specie la Basilica Ulpia al Foro di Traiano. -a teatro e al dopo teatro, per incontrare quell’opera d’arte vivente della marchesa Casati. -a puttane, o almeno si era segnato l’indirizzo del bordello, via Tomacelli 140. Picasso rimase a Roma tre mesi. Le Parade andò in scena a Parigi, tre mesi dopo e fu un fiasco. Non per Picasso, però, che dal suo soggiorno nell’Urbe si portò a casa una moglie, la ballerina Olga Kokhlova, testimoni Guillaume Apollinaire e Jean Cocteau. Ma non durò molto.

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