(00:00:00) La fiera delle vanità, un classico sul consumismo? - Mattoni Europei
(00:02:47) Un romanzo sulla doppiezza
(00:11:40) Vita di Thackeray e ragioni del successo
(00:19:25) Analisi della trama
(00:30:33) Una villain perfetta? Analisi di Becky Sharp
(00:43:08) Autoinganno e relativismo negli altri personaggi
(00:47:45) Un narratore inaffidabile e unico
La fiera della vanità (1848), capolavoro del realismo inglese a firma di William Thackeray, è un romanzo sulla doppiezza che mette al centro della storia due protagoniste antitetiche per carattere e posizione sociale: Amelia Sedley e Rebecca Sharp, che incarnano rispettivamente vizio e virtù, umiltà e ambizione, modestia e superbia, pudore e sfacciataggine, conformismo e trasgressione, banalità e carisma.
Chi vincerà?
Perché sì, la narrazione di Thackeray è volutamente sdoppiata e speculare, ma soprattutto competitiva. Mette a confronto continuamente la parabola di due giovani donne all’interno di un perimetro e un milieu molto ben definito: la società vittoriana londinese nel contesto economico del diciannovesimo secolo, ovvero quello del nascente consumismo, indotto dai commerci coloniali che procuravano nuove merci di lusso da sfoggiare e accumulare in patria per le classi più abbienti. Si tratta di una società basata sull’economia dello sguardo ovvero sull’essere osservati e sull’osservare gli altri per invidiarli, per imitarli, per sbarazzarsi di loro.
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